...merveille (meraviglia)
Mi chiamo Moussa, ho 27 anni e vengo dal Mali.
Sono un richiedente protezione internazionale. Sono scappato dalla guerra che sta distruggendo il mio Paese, cercando una vita migliore qui in Italia, a Modena, dove oggi sono ospite di Porta Aperta.
Per me “migliore” non significa cose grandi. Significa una casa. Un lavoro. Uno stipendio. Qualcosa da mettere sotto i denti ogni giorno. E va bene così. Questo è già tantissimo.
Certo, anch’io ho dei sogni. Ma per molto tempo non ho neppure provato ad aprire quel cassetto. Mi sembrava un lusso, un’esagerazione, qualcosa che non mi apparteneva più.
E invece, nella vita, soprattutto quando le cose sono difficili, bisogna continuare a sognare. Bisogna sperare, immaginare, lasciarsi portare un po’ più in là dei problemi. Tanto poi si torna sempre alla realtà, c’è tempo per quello. E se un giorno, per una combinazione che sembra quasi magia, la realtà assomiglia a quel sogno… allora sì, la meraviglia entra dentro di te e ti fa sorridere con gli occhi oltre che con la bocca.
Il mio sogno è sempre stato giocare a calcio. Entrare in una squadra vera. Sentirmi parte di un gruppo, facendo lo sport che amo più di tutto. Quando, grazie a Porta Aperta, sono entrato nel progetto “Rete! Refugee Teams” della FIGC, quasi non ci credevo.
Un’iniziativa per ragazzi come me, arrivati da lontano, per conoscere altri giovani, stare insieme, giocare, provare a costruire una nuova comunità, anche se la nostra casa è altrove.
Non avevo mai fatto un’esperienza così. Ho conosciuto molti ragazzi della mia età, abbiamo riso, giocato, sudato insieme. In un momento così complicato della mia vita, non avrei mai pensato di riuscire a “staccare la testa”, a divertirmi davvero, a sentirmi bene come non mi capitava da tanto tempo.
Quel giorno, dopo la partita, mi sono meravigliato nello scoprire quanta gioia può esserci nel coltivare i propri sogni, ovunque e comunque, anche quando la vita sembra non andare nella direzione che speravi, anche quando ti trovi ad affrontare cose più grandi di te e credi sia impossibile tornare a sorridere di gusto.
Moussa
...щастя (felicità)
Mi chiamo Katya, ho 12 anni e vengo dall’Ucraina.
Sono scappata dalla guerra e sono arrivata a Modena insieme alla mia mamma e a mia sorella. Viviamo tutte e tre ospiti di Porta Aperta. Sono qui dal 2022, ma faccio ancora fatica a parlare bene l’italiano e ad abituarmi a vivere in un Paese diverso dal mio.
Mi manca così tanto mio padre. È morto di cancro poco prima che la guerra iniziasse e da allora tante cose nella mia vita sono cambiate. A volte ho paura, perché tutto quello che conoscevo – la mia casa, i miei amici, la mia scuola, il mio mondo – è scomparso così in fretta.
Per molto tempo non riuscivo a raccontare niente a nessuno. Parlavo poco con la mamma e con mia sorella e, a scuola, evitavo di giocare o studiare con i miei compagni. Era come se mi fossi chiusa dentro di me.
Un giorno però è successo qualcosa.
Gli insegnanti si sono accorti che in classe faticavo a vedere cosa c’era scritto sulla lavagna. Quando l’hanno detto a mia mamma, anche lei ha iniziato a farci attenzione. La visita presso l’ambulatorio oculistico di Porta Aperta ha confermato che sono miope. Io non lo avevo detto a nessuno. Facevo finta che non fosse un problema. Da quel momento, però, le cose hanno cominciato a cambiare. Piano, piano. Come quando si mettono gli occhiali e il mondo torna a fuoco, un po’ alla volta.
Con gli occhiali mi sento più sicura. A scuola va meglio, sto imparando sempre più parole in italiano e mi è diventato più facile parlare con gli altri. La mamma dice che mi vede finalmente felice. Credo sia vero: anche dentro di me qualcosa si è alleggerito.
Adesso nei miei occhi c’è una luce diversa. Vedo meglio la natura, le persone, i dettagli. E riesco a distinguere le lettere di un nuovo alfabeto con cui, forse, posso cominciare a scrivere nuove storie. Le mie.
Katya
...جمال (bellezza)
Mi chiamo Kareem, ho quasi 30 anni e vengo dal Sudan.
La mia famiglia ha fatto grossi sacrifici per mandarmi in Italia dove posso curarmi come si deve, soffro di epilessia. Durante il viaggio ho smarrito i documenti, per riaverli bisognava pagare e io non avevo nulla. Niente di niente. Ma senza documenti non puoi ottenere un lavoro. Ho vissuto un po’ per strada di espedienti, ho anche avuto l’occasione di fare soldi spacciando, ma poi mi sono rifiutato di farlo, per non deludere la mia famiglia. Io voglio solo trovare un lavoro onesto, pagare le tasse, aiutare i miei cari rimasti a casa, che mi hanno tanto aiutato a fuggire dal mio Paese, dove c’è la guerra. Solo questo. È così che mi sono presentato agli operatori di Porta Aperta, raccontandogli la mia situazione, con sincerità, come sono sempre stato abituato a fare. In cambio, ho ricevuto ascolto e un sorriso e risposte concrete come un piatto di pasta, un letto dove dormire, una mano per iniziare le pratiche necessarie per fare domanda di asilo per poi finalmente poter iniziare a cercare lavoro, in maniera regolare. Mia nonna, quando ero piccolo, mi raccontava sempre che la vera bellezza sta nei gesti buoni di chi incontriamo lungo la nostra strada. Ecco, di gesti buoni finora sulla mia strada ne ho incontrati davvero pochi: so poche cose al mondo ma riconoscere la bellezza, quello sì, credo di essere capace di farlo bene. Qui l’ho trovata, ne sono sicuro, e qui spero di continuare a trovarla. E di ricambiarla.
Kareem
...স্বপ্ন (sogni)
Sono Abdul, ho 22 anni e vengo dal Bangladesh.
Per arrivare qui ho dovuto pagare una cifra significativa per me e la mia famiglia. Sono fuggito dalla povertà per cercare un futuro migliore. Per arrivare in Italia ho fatto tappa in Libia e poi, appena è stato possibile, sono arrivato sul barcone, a Lampedusa. Allo sbarco, c’erano i poliziotti ad attenderci e sono subito stato inserito all’interno del percorso da fare per richiedere la protezione internazionale. Dopo qualche giorno, ci hanno trasferito da Lampedusa fino alla provincia di destinazione, che nel mio caso era Modena, dove ho conosciuto Porta Aperta. Sono arrivato a settembre 2023, non avevo nessun documento, non conoscevo la lingua, e a Porta Aperta ho incontrato persone che mi hanno spiegato cos’è una domanda di asilo, altre che mi hanno insegnato l’italiano. Quando ero in Libia, nell’attesa di venire in Italia, ho lavorato come muratore e imbianchino, ho faticato tanto e per affrontare il quotidiano, l’incertezza del mio futuro, per resistere alla fatica, dominare la paura, ho iniziato ad immaginarmi qualcosa di bello tutti i giorni, a sognare da sveglio. Cose piacevoli, possibili. Una bella casa, un giardino pieno di fiori, un amore che mi aspetta. Sognare è desiderare e il desiderio tiene vivi. Il mio è il sogno di una vita piena, libera, dignitosa. Sognare mi viene facile, mantenere viva la speranza dei sogni, invece, è più difficile. È uno sforzo quotidiano ma grazie ai volti amici che ho incontrato a Modena, non mollo.
Abdul